“Non c’è nessun cielo, Cesonia.”
(continua da qui)
“Anch’io voglio che Caligola sia ucciso. Voglio che le cose siano chiare però: se io avessi il potere di Caligola, agirei come lui, dato che sono animato dalle sue stesse passioni. Lui fa ciò che sogna di fare. Io sono con voi, con la società, non perché mi piaccia, ma perché non sono io ad avere il potere, quindi le vostre ipocrisie e le vostre viltà mi danno maggiore protezione, maggiore sicurezza, delle leggi migliori. Uccidere Caligola è darmi sicurezza. Finché Caligola è vivo, io sono al completo potere del caso e dell’assurdo, cioè della poesia. Vedo sui vostri volti risentiti il sudore della paura. Anch’io ho paura. Ma io ho paura di quell’esaltazione disumana al cui confronto la mia vita non è niente. È questo il mostro che ci divora. Se c’è un solo individuo puro, nel male o nel bene, il nostro mondo è in pericolo. Ecco perché Caligola deve morire.”
Chissà quanti capi in testa alle opposizioni schierate contro governi dispotici, dittatoriali, usurpatori, covano le stesse identiche riflessioni di Cherea. Il discorso del senatore apre gli occhi su una verità agghiacciante, poche righe che (tra le righe) ci dicono che l’Imperatore non è folle: Caligola, e lo dice il suo più severo oppositore, in fondo ha ragione. E’ proprio per questo, anzi, che deve morire. Non bisogna eliminare Caligola perché è il male, ma perché possiede il potere e lo sta usando senza filtri (come un “puro”). In fondo, siamo tutti il male.
Nell’Impero, come nella vita, regna il caso. Caligola non riconosce più legami, amicizie, cariche pubbliche, agisce libero da qualsivoglia schema. La vera sovrana è quindi la paura. “Un mostro che ci divora”, dice Cherea (non certo riferendosi a Caligola) perché non c’è comportamento da tenere che assicuri la benevolenza dell’Imperatore. La casualità è come un’anguilla imbottita di tritolo, anche se noi tentiamo in ogni modo di accudirla e domarla, nulla possiamo contro di lei. Il caso è caos, il non sapere genera paura e timore. Le regole, al contrario, garantiscono ordine (la garanzia della ripetibilità in una situazione simile). Ce l’hanno insegnato proprio i romani, tramandandoci il diritto che ancora oggi regge le nostre basi giuridiche, quel diritto che in epoca classica era considerato tutto ciò che è buono ed equo e che veniva confuso con la morale. Camus non sceglie la figura di Caligola a caso. Non discutiamo se sia stato correttamente stabilito cosa succederà (lo diamo addirittura per scontato a dire il vero), ma che sia stato stabilito qualcosa di valido per tutti, qualsiasi cosa sia, e sono stati gli dèi ad illuminarci nel farlo. Caligola, imperatore romano, rinnega uno dei maggiori insegnamenti insegnatoci dai romani stessi, forse il più importante: la certezza del diritto. In questo sistema, la religione è un dovere morale e civico, eppure per Caligola non c’è nessun cielo. Quanta follia per un uomo che con quegli dèi avrebbe dovuto addirittura colloquiare! I romani ci hanno insegnato che il diritto è una conciliazione, sempre e comunque, poiché accettare di sottostare ad una regola è già una rinuncia alle proprie pretese assolute. Cherea sa bene questo e non a caso parla di pericolo del “puro, nel bene o nel male”. La conciliazione è rassicurante, il puro invece è una minaccia perché, appunto, non concilia.
La fede in dio (qualsiasi sia il nome attribuitogli) altro non è che l’accettazione dell’esistenza di un disegno che noi non possiamo conoscere (perché inferiori). Ma questo disegno esiste davvero? E il disegnatore, esiste? Dio altro non è che il caso vestito di bianco con la barba lunga e un indice puntato verso Adamo, che ci sia o meno un disegno. Caligola capisce questo, capisce che quegli dèi a cui attribuivano ogni accadimento, ogni nascita, ogni morte, che cercavano di ingraziarsi, compiacere, di cui si sentivano discendenti, erano solo una pantomima. L’assurdo di una vita scardinata nelle sue fondamenta scatena la follia e Caligola reagisce nell’unica maniera in cui una mente senza più alcun pilastro possa fare. Se i cattolici avessero improvvisamente la prova definitiva ed inconfutabile della non esistenza del loro dio, probabilmente domani il mondo si sveglierebbe con 2 miliardi di persone in meno, ed il numero crescerebbe a dismisura se considerassimo tutti i fedeli di qualsiasi credo religioso. Molti di coloro che vivono la religione come un freno ai propri impulsi, non avrebbero più alcun motivo per reprimere se stessi e, presumibilmente, si vendicherebbero ed ucciderebbero tra di loro, non essendoci Dio a punirli, non essendoci una pena da scontare nell’aldilà. Non essendoci l’aldilà! Non ci sono regole, è solo un caso se siamo qui ed è il caso ad accompagnarci oltre: fate ciò che volete. Proprio ciò che dice Cherea: Caligola è l’assenza di regole, l’assenza di regole è un pericolo, Caligola è un pericolo. Ergo eliminiamo Caligola.
Da sempre le maggiori confessioni religiose hanno paura della presa di coscienza di Caligola, e non solo loro. Ma la paura più grande è per il discorso di Cherea, che rende Caligola uno qualsiasi di noi e non un personaggio unico e (si spera) irripetibile nella sua follia. Cherea ci mette di fronte ad un’amara verità, ovvero che se seguissimo le nostre più sordide ed intime pulsioni senza preoccuparci dell’altro probabilmente saremmo tutti dei Caligola. Rendersi conto di dover fare i conti con una vita in cui ogni accadimento ha sì un perché, ma nessun perché avrà una “dedica personale” (perché esisterà sempre e solo una spiegazione meccanica e non morale delle cose) autorizza tutti ad essere unici padroni di se stessi e, inevitabilmente, di chi ci circonda. Il “puro” (definibile come l’odierno fondamentalista) fa paura perché non accetta la conciliazione, qualsiasi sia la sua pretesa, qualsiasi sia la sua giustificazione, qualsiasi sia il suo modus operandi.
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